Ci sono circa 7.000 lingue diverse al mondo, con diversi suoni, diverse parole, diverse strutture. Ma come può una lingua modellare il modo in cui pensiamo?

Carlo Magno disse «Conoscere una seconda lingua significa possedere una seconda anima».
Eppure, dall’altro lato la Giulietta di Shakespeare dice a Romeo «Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo stesso profumo», come a voler indicare che, di fatto, la lingua non è così determinante nella percezione della realtà che ci circonda.

Queste sono due affermazioni prese come esempio dalla studiosa Lera Boroditsky per far capire quanto il dibattito sull’importanza della lingua come modellatrice della realtà sia antico rimanendo però sempre molto acceso e attuale.
Durante la sua conferenza, a conferma dell’importanza delle lingue come plasmatrici del modo in cui pensiamo, Lera Boroditsky espone alcuni risultati di studi di vari laboratori nel mondo che ormai da qualche anno raccolgono dati scientifici per supportare questa teoria.

Possiamo, in quanto esseri umani, trasmetterci a vicenda pensieri molto complessi. Possiamo trasmettere le nostre idee attraverso lo spazio e il tempo. Possiamo trasmettere conoscenze da una mente all’altra. E questo grazie all’utilizzo della lingua.

 

Alcuni casi di studio

Nord, Sud, Ovest, Est.

Esiste una tribù aborigena australiana, i Kuuk Thaayorre di Pormpuraaw, per cui non esistono parole come “destra” e “sinistra”. In alternativa, le persone usano i punti cardinali (nord, sud, est, ovest).
Anche il loro modo di salutarsi segue questa tendenza: invece di dire “Ciao” chiedono “Da che parte stai andando?”. In questo modo, per rispondere al saluto bisogna dare la direzione del percorso che si pensa di seguire. Questo, chiaramente, rende le persone della tribù estremamente abili nell’orientamento. Persone che parlano lingue come questa sanno orientarsi benissimo perché la loro lingua, semplicemente, permette loro di allenarsi costantemente su questa abilità.

Allo stesso modo è possibile evidenziare delle differenze sulla concezione del tempo. Per chi parla una lingua come l’italiano, il tempo cronologico va da sinistra a destra seguendo quindi la direzione della scrittura. Una persona che parla ebraico o arabo ordinerebbe il tempo seguendo la direzione opposta. Ma per persone che parlano lingue come quella dei Kuuk Thaayorre, per cui non esistono “destra” e “sinistra”, anche il tempo è determinato dal territorio e va da est a ovest.

50 sfumature di blu.

Ci sono delle lingue che presentano degli aspetti interessanti  per come dividono lo spettro dei colori. Alcune possiedono molte parole per i colori, altre hanno soltanto termini come “chiaro” e scuro”, altre ancora non hanno parole che corrispondono a colori precisi, bensì utilizzano dei paragoni per descrivere il colore di un oggetto. Per esempio, il pirahã, parlato da una tribù dell’Amazzonia, utilizza delle perifrasi: invece di dire “rosso”, si ritiene che le persone della tribù dicano qualcosa come “assomiglia al sangue”.
Esistono anche lingue che hanno difficoltà a porre delle barriere tra i colori. Il russo, come l’italiano, possiede due nomi completamente diversi per due tonalità di blu differenti. Quello che in russo viene definito come goluboj (azzurro) o sinij (blu), in inglese viene semplicemente identificato come light blue (blu chiaro) o dark blue (blu scuro). Per fare un altro esempio, presso molti popoli allevatori dell’Africa persistono decine di sfumature di colore che denotano il manto dei capi di bestiame ma si ignorano i colori blu e verde.

Questione di genere.

Alcune lingue come il turco, il giapponese o il tailandese non hanno un genere grammaticale; altre come l’inglese non assegnano un genere ai sostantivi, ma lo indicano con i pronomi; la maggior parte delle lingue ha due generi, femminile e maschile; altre, come il tedesco, il polacco e il russo, ne hanno anche un terzo, il neutro.
Il genere attribuito a un nome differisce da lingua a lingua, per esempio il sole è femminile in tedesco, ma maschile in italiano così come la luna è femminile in italiano, ma maschile in tedesco. Questa distinzione, per quanto possa sembrare insignificante, può avere delle conseguenze tangibili sulle nostre rappresentazioni mentali degli oggetti.
Infatti, se si chiede a un tedesco di descrivere un ponte, il cui genere grammaticale è femminile in quella lingua, la persona utilizzerà aggettivi stereotipicamente femminili, come “elegante”, “bello” e “slanciato”. Al contrario, per una persona italiana il ponte è un sostantivo grammaticalmente maschile, quindi lo descriverebbe utilizzando probabilmente parole più stereotipicamente maschili come “forte”, “stabile” e “possente”. Questo vuol dire che la lingua può davvero influenzare il modo di pensare riguardo a tutto ciò che può essere chiamato con un nome.

Colpa mia o colpa tua.

Le lingue guidano anche i nostri ragionamenti sugli eventi. Le persone che parlano lingue diverse faranno attenzione a cose diverse a seconda di quello che la loro lingua richiede. Due persone che assistono allo stesso evento, testimoniano lo stesso crimine, finiscono per ricordare cose diverse. Pensando al senso di colpa e di giustizia, in inglese se un vaso si rompe si sottende sempre la presenza (e quindi la responsabilità) di qualcuno, in spagnolo si tende a dire che il vaso si è rotto. Secondo alcuni proprio da questo dipende la tendenza anglosassone a punire chi trasgredisce le regole, più ancora che risarcire le vittime.

 

Ci sono circa 7.000 lingue diverse al mondo, questo vuol dire che la mente umana ha creato 7.000 universi cognitivi. Ogni lingua pone l’accento su elementi diversi dell’esperienza, forgiando così un modo specifico di vedere il mondo. Imparare una nuova lingua significa quindi  aprire una finestra su una cultura differente. Non si tratta solo di parole tradotte: le lingue influenzano letteralmente il nostro mondo. Forse, dopo tutto, Shakespeare si sbagliava.